La produzione normativa alla prova dei principi liberali

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Utente: focusliberale
FocusLiberale si propone di raccontare fatti e fornire spunti di riflessione in chiave liberale e libertaria sul diritto del nostro Paese, con particolare attenzione alle fasi della sua elaborazione nelle sedi preposte, inquadrando specifiche vicende politiche e istituzionali (soprattutto se trascurate dai mass-media), denunciando posizioni e scelte contro le libertà dell'individuo, sforzandosi di indicare prospettive e soluzioni coerenti con i principi liberali e libertari.

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venerdì, 13 maggio 2005

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LIBERTA' DI SCONTO!

Un paio di semplici proposte per sostenere il potere di acquisto.

Si fa un gran parlare, in questi giorni, del caro-euro e della necessità di adottare provvedimenti volti a sostenere il potere di acquisto, evidenziando – forse non a torto - che solo una strategia credibile ed efficace su questo versante potrà rischiare di risollevare le sorti del disastrato centrodestra berlusconiano in vista della prossima tornata elettorale. Tra le ricette squadernate  ce n'è per tutti i gusti: dal congelamento delle tariffe alla riduzione delle accise sui carburanti, dal controllo dei prezzi (con la riproposizione fuori tempo massimo dell'obbligo di esposizione del doppio prezzo euro-lire) alla liberalizzazione e privatizzazione di vari servizi pubblici. Ciò che accomuna tali proposte, tuttavia, è il fatto che presentano, tutte, una qualche controindicazione, in punta di teoria o di fatto, che le sconsiglia (dal punto di vista liberale) o le rende concretamente (e quindi politicamente) poco praticabili. Il controllo amministrativo dei prezzi, sotto qualunque veste si proponga, non ha nulla di liberale e alla lunga crea guai peggiori. Il congelamento delle tariffe e, ancor più, la riduzione delle accise sui carburanti hanno l'inconveniente di costare e richiedono quindi che si trovino le necessarie  risorse (il che, di questi tempi, appare un tantino difficile...). Le liberalizzazioni e le privatizzazioni  sarebbero una benedizione, ma sono necessari tempi medio-lunghi per realizzarle e per beneficiare i consumatori-utenti in termini di minori costi.

A ben guardare, tuttavia, misure capaci di rimpinguare i portafogli degli italiani, a costo zero e immediatemnte operative, ce ne sarebbero, a condizione che si abbia il coraggio di "resistere" alle (prevedibili) resistenze degli interessi che sempre si cristallizzano attorno alle rendite di posizione garantite per legge (in questo caso da norme approvate dal centrosinistra sul finire della scorsa legislatura, con evidenti finalità elettoralistiche, ma ovviamente ammantate della consueta retorica dell’ "interesse generale").

Il primo caso è quello del prezzo di vendita dei libri, ove vige il generale divieto  per il rivenditore finale di praticare uno sconto superiore al 15 per cento rispetto al prezzo fissato dall’editore (salvo casi particolari). La norma, secondo l’originale ragionamento dei proponenti, sarebbe volta a “promuovere la lettura” in quanto, preservando la rete delle librerie dalla concorrenza di prezzo della grande distribuzione (come i centri commerciali), aumenterebbe la probabilità dei (potenziali) lettori di imbattersi in una rivendita e, quindi, di procedere all’acquisto. Il divieto doveva essere transitorio, rimettendo a una commissione di "saggi" il compito di valutare gli effetti della norma e proporre eventuali modifiche nel caso in cui si fosse dimostrato che non serviva al nobile scopo. Da allora il divieto è stato reiterato di anno in anno (ed è tuttora vigente, nella migliore tradizione italiana della stabilizzazione del provvisorio), i saggi non si sono pronunciati e gli italiani leggono sempre meno (con buona pace degli editori e dei librai). A niente sono valsi (come spesso accade) i richiami dell’Autorità antitrust (parere 8/2/2001), la quale ha opportunamente osservato come il divieto di sconto rappresenta “un freno alla diffusione dei libri presso il pubblico dei lettori occasionali e più sensibili al prezzo, che rappresentano quasi la metà del mercato italiano della lettura”.

Il secondo caso è quello delle vendite sottocosto (riguardante la generalità dei settori merceologici), per le quali un regolamento governativo ha introdotto tutta una serie di limiti, anche in questo caso in barba ai sacrosanti rilievi dell’Autorità antitrust (parere 28/12/2000), che ne stemperano enormemente le potenzialità anti-inflazionistiche: divieto assoluto per  i grandi  gruppi  commerciali (quando detengono complessivamente una superficie di vendita superiore al 50 per cento della superficie commerciale provinciale) e limite massimo di tre vendite sottocosto per anno, ciascuna di durata non superiore a dieci giorni, con un intervallo minimo di venti giorni tra l’una e l’altra. Anche qui un bell’Osservatorio a vigilare e analisi pressoché nulla dei risultati prodotti.

Misure come queste i cittadini le pagano due volte. Come consumatori quando vanno a fare la spesa e pagano un prezzo più alto di quello che i rivenditori stessi sarebbero disposti a praticare;  come contribuenti per finanziare la burocrazia messa in piedi per vigilare sul rispetto delle norme e sanzionarne le violazioni.

Alcuni giorni fa il Presidente del consiglio ha replicato, a quanti proponevano di vigilare contro aumenti “ingiustificati” dei prezzi di frutta e verdura, che l’unico controllo spetta al consumatore-sovrano e che i finanzieri accanto alle bancarelle non sono cosa da Stato liberale. Qualcuno dei suoi potrebbe ricordargli che i finanzieri accanto alla bancarelle ci sono già (chè ce li ha messi il centrosinistra!) e che spetterebbe proprio a lui toglierli da lì per destinarli ad impieghi  più produttivi?

 

 

 

 

 

Postato da: focusliberale a 16:17 | link | commenti (4)
mercato

mercoledì, 04 maggio 2005

RELATIVISMO, HABEAS CORPUS E AGERE IN SEIPSO

 

Relativismo delle idee e relativismo delle azioni: alla ricerca di un (difficile) punto d'incontro tra la libertà dei cristiani e la libertà dei liberali.

 

 

   Il dibattito suscitato dalle ormai note esternazioni di papa Benedetto XVI ha registrato le reazioni perplesse, talvolta preoccupate, di esponenti del mondo laico (o, meglio, di quello che resta…) sulla sorte riservata al liberalismo e all’individualismo radicale, accomunati a ideologie totalitarie (“marxismo” e “collettivismo”) e mode di pensiero frutto della modernità (dal “vago misticismo religioso” al “sincretismo”, fino alle “nuove sette”), nella annunciata crociata cattolica contro la degenerazione relativista del nostro tempo. Tali reazioni, spesso suffragate da argomenti di indubbio spessore intellettuale (tra gli altri, Giulio Giorello, Massimo Adinolfi, Francesco Pullia, 1972Windrosehotel, Leftwing) sembrano peraltro lasciare sullo sfondo il tema che dovrebbe maggiormente stare a cuore a un liberale, ossia quello del ruolo e dello spazio della libertà individuale all’interno della visione cristiana dell’uomo e del mondo, quale pare desumersi dalle parole del Pontefice. 

 

   Credo che una distinzione metodologica, approssimativa quanto si vuole ma in questa sede utile, tra relativismo delle idee e relativismo delle azioni, vada fatta.

 

   Il primo costituisce l’elemento fondativo delle società libere, l’architrave su cui si regge l’intera costruzione della democrazia-agorà, in quanto è alla base del diritto di ciascuno alla libera espressione del proprio pensiero. In una società in cui, per assurdo, tutti condividessimo le stesse visioni delle cose (se, cioè, le cose non fossero “relative” o, per dirla con la nota saggezza popolare delle canzonette, non fosse vero che “da dove guardi il mondo tutto dipende…”), il diritto di parola non avrebbe motivo di esistere. In questo senso il relativismo (delle idee) altro non è che l’altra faccia del pluralismo. Se la critica di Ratzinger avesse come obiettivo questo relativismo (delle idee), non farebbe che  tradire le preoccupazioni della istituzione che ora rappresenta, cosciente di perdere terreno nella competizione delle visioni dell’uomo e del mondo che si fronteggiano all’interno dell’arena pluralista delle società libere. Il fatto è che si tratterebbe dell’obiettivo sbagliato. Così se da un punto di vista liberale il relativismo delle idee è prezioso in sé e va sempre difeso, lo stesso non può dirsi per l’altro relativismo, quello delle azioni. Sebbene il secondo si innesti sempre sul primo (è la prosecuzione del primo con altri mezzi, potremmo dire) è tuttavia indubbio che il passaggio dalle parole ai fatti, per un liberale, risulta decisivo. Per il liberale il relativismo delle azioni incontra un limite invalicabile nell’habeas corpus, ossia nella “fisicità” dell’individuo e nella tutela della sue umane facoltà, fondate sul presupposto filosofico del libero arbitrio. Se le preoccupazioni ratzingeriane attenessero a questo relativismo (delle azioni) dovremmo essere meno allarmati, salvo verificare – ciò che costituisce, ahimè, un problema tutt’altro che secondario – la possibilità di un’intesa tanto sull’habeas (quando una ingerenza diventa fisica: si pensi al velo islamico) quanto sul corpus (quando si ha individuo e quando no: si pensi all’embrione). Se si escludono le “aree grigie” (ove un comune denominatore riguardo alle nozioni di individuo e sfera di intangibilità appare difficile da individuare) credo sia tuttavia possibile individuare un terreno d’incontro nella lotta contro quanti, in nome di un malinteso relativismo delle culture, appaiono timidi e remissivi nei confronti di usanze inaccettabili in quanto indiscutibilmente invasive della “fisicità” umana (e praticate anche alle nostre latitudini, come le mutilazioni genitali e, aggiungerei, gli atti genitoriali di correzione particolarmente violenti o la reclusione domestica delle figlie, delle sorelle e delle mogli).

 

   Un secondo aspetto ribadito dal neo-Pontefice è la visione cristiana della libertà, intesa - nella sintesi tomistica - come agere in seipso, ossia come “libertà-di-fare-ciò-che-si-deve”. In virtù di tale visione si è liberi di essere eterosessuali, sposati, di avere rapporti – vita natural durante - solo all’interno del primo ed unico vincolo matrimoniale ed esclusivamente con finalità riproduttive, di avere tutti i figli che si riesce a concepire (o ad adottare, se si è sterili), di essere munifici col prossimo, di andare in chiesa invece che allo stadio. Alla visione cristiana della libertà Ratzinger contrappone la vituperata libertà dell’ “individualismo radicale”, quella che “lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Ora, per un liberale la libertà è e resta il diritto di fare ciò che si vuole, ossia di determinare liberamente i fini delle proprie azioni nel quadro dei limiti legali (esterni, quindi, e non già interni ai diritti nei quali la libertà prende giuridicamente corpo) stabiliti dall’ordinamento a tutela della uguale libertà degli altri. La libertà dei liberali è scelta individuale, “signoria della volontà”, e non già  “funzione” assegnata all’esercizio individuale in vista del perseguimento di fini (anche i più nobili, si badi, come ad esempio il “benessere comune”) definiti da altri (si ricordi che le carte costituzionali delle ex Repubbliche socialiste riconoscevano diritti individuali al pari di quelle dei Paesi occidentali, salvo negarli nella vita reale proprio in quanto “funzionali” alla realizzazione delle sorti magnifiche e progressive del comunismo). E’ diritto soggettivo, mai dovere e tanto meno obbligo. Nel ribadire ciò non si nega, ovviamente, la valenza funzionale propria di molti diritti, ossia il risultato che il loro esercizio da parte di tutti alla fine produce. L’output del libero esercizio del diritto di parola è sicuramente una pubblica opinione più informata, ciò che giova al funzionamento del gioco democratico, ma non è questa la ragione per cui si tutela il diritto di parola, né il dovere informativo può prevalere sul suo libero esercizio (è lecito manifestare il proprio pensiero senza alcuna finalità informativa e, persino – legittimamente - con lo scopo di disinformare). La libertà cristiana confonde fini e risultati, laddove il liberale li tiene ben distinti. 

 

   Una riflessione a mò di conclusione. Nel difendersi dalle accuse in merito alla scarsa libertà di cui ai nostri occhi godono le donne musulmane, il religioso islamico ci ammonisce che in realtà esse sono assolutamente libere, salvo che la loro è una libertà “diversa” da come noi occidentali la intendiamo (e, ovviamente, se non migliore certo altrettanto legittima, come il relativismo culturale ha insegnato loro). Per le donne musulmane varrebbe infatti la “libertà-di-essere-ciò-che-si-è”, ossia esseri umani ontologicamente diversi dagli uomini e, quindi, in ragione di questa loro diversità, titolari di diritti “altri” rispetto a quelli maschili. La donna musulmana è quindi libera di sposare l’uomo indicato dal padre e di restarvi legata per tutta la vita, di starsene chiusa in casa invece che andare all’università, di mummificarsi sotto un velo, di tacere davanti a una presenza maschile. Come si vede la distanza che separa la liberta di fare ciò che si vuole dalla “libertà-di-fare-cio-che-si-deve” è e resta siderale; la distanza che separa quest’ultima dalla “libertà-di-essere-ciò-che-si-è”  lo è – a quanto pare - assai meno.

 

Postato da: focusliberale a 17:37 | link | commenti
riflessioni in libertà

mercoledì, 20 aprile 2005

PROTEZIONISTI UNITI AL LAVORO

La Commissione Agricoltura della Camera approva una risoluzione contro l'abbassamento dei dazi comunitari sull'import di riso.

Con fulminea rapidità (soli 20 minuti di discussione) e il consenso unanime di tutte le forza politiche, la Commissione agricoltura della Camera dei deputati ha approvato una risoluzione che sollecita il Governo a riaprire il negoziato con gli Stati Uniti allo scopo di scongiurare il previsto abbassamento delle tariffe sull'importazione di riso semigreggio nell'UE. Stando a quanto riportato nel testo della risoluzione, la Commissione europea si è trovata costretta, a fronte delle minacce di ritorsione degli USA in sede OMC, ad abbassare sensibilmente la tariffa in questione, decisa nel luglio 2004 nel quadro della riforma generale della organizzazione comune di mercato del riso.  Delieneando, con i consueti toni apocalittici, il terribile scenario per la risicoltura europea (e, in particolare, italiana) che conseguirebbe alle modifiche tariffarie, il documento non fa parola, ovviamente, dei benefici che ne deriverebbero per i consumatori comunitari (riso a prezzi sensibilmente inferiori e fors'anche di migliore qualità) e per i Paesi terzi produttori (ai quali si estenderebbero automatcamente i vantaggi tariffari), molti dei quali - soprattutto tra i più poveri - giocano molte delle loro chances di sviluppo proprio sulle esportazioni di riso, di cui sono produttori a buon mercato. La decisione finale verrà assunta a fine aprile dal Consiglio dei Ministri agricoli dell'UE.

Piccolo ma significativo particolare: primo firmatario della risoluzione, nonchè presidente della Commissione agricoltura della Camera, è il forzista lombardo on. Giacomo De Ghislanzoni, titolare di una delle più grandi aziende risicole del nostro Paese. Nulla da aggiungere...

 

Postato da: focusliberale a 19:18 | link | commenti (1)
mercato, agricoltura

martedì, 19 aprile 2005

LA POLITICA AGRICOLA COMUNE (PAC)

Ovvero dei Robin Hood al contrario

Un articolo apparso di recente sul Times rivela che uno degli uomini più ricchi d'Inghilterra, nonchè  più grande peoprietario terriero del suo paese, il Duca di Buccleuch, è anche uno dei principali beneficiari degli aiuti agricoli dell'Unione europea. Negli ultimi due anni avrebbe incassato più di un miliardo di sterline (700 milioni nel 2004 e 592 milioni nel 2003) tramite la sua società "Buccleuch estates".

Postato da: focusliberale a 18:44 | link | commenti
agricoltura

lunedì, 18 aprile 2005

OGM: IL GOVERNO SEMINA VENTO E RACCOGLIE TEMPESTA

Per la Corte Costituzionale sono legittime le leggi con cui le regioni Puglia e Marche si sono dichiarate OGM-free.

Una recente sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato che la legge con cui una regione si dichiara OGM-free, ossia mette al bando le coltivazioni transgeniche sul proprio territorio, non contrasta con la Costituzione nè con i principi comunitari in materia. La sentenza, che indubbiamente fornisce un importante destro al virus proibizionista che sembra dilagare tra le amministrazioni regiononali di ogni colore politico, interviene a poche settimane di distanza dalla conversione in legge del decreto-legge che ha disciplinato la "coesistenza" tra colture OGM e tradizionali. Se la sentenza dimentica che la nostra Costituzione tutela la libertà di iniziativa economica e riconosce piena dignità alla scienza e ai risultati della ricerca scientifica (inconfutabilemnte a favore degli OGM),  che una chiara raccomandazione della Commissione europea  (dall'indubbio valore politico benchè non formalmente normativo) non consente agli Stati membri di vietare la coltivazione di OGM, lo si deve probabilmente anche al fatto che il Governo, imponendo a una larga fetta della sua stessa maggioranza parlamentare l'approvazione di un decreto infarcito di divieti e limiti, ha di fatto - esso stesso, non senza una certa schizofrenia di fondo - fornito copertura legislativa (e politica) alle fughe in avanti delle regioni, ora legittimate dalla suprema Corte. Per chi non avesse inteso, e al di là di quanto il Ministro Alemanno è andato e va ripetendo sapendo di mentire, il decreto-legge non consentirà infatti alcuna coesistenza tra coltivazioni OGM e tradizionali, ma avrà l'effetto, sic e simpliciter, di rendere illecita ogni (o quasi) coltivazione transgenica sul territorio nazionale per i decenni a venire. A tale conclusione è d'obbligo pervenire ove si rifletta che il decreto-legge (artt.4 e 8) prevede una moratoria delle coltivazioni OGM la cui cessazione è sostanziamente rimessa  al "capriccio" delle regioni (ora rinvigorite nel loro zelo oscurantista e illiberale dalla pronuncia della Corte), le quali sono "chiamate" ad adottare piani di coesistenza regionali senza che sia previsto alcun termine nè alcun potere sostitutivo governativo in caso di inerzia. Per concludere, mi sembra che ci siano davvero tutti i presupposti per un bell'impantanamento all'italiana, con la solita poca chiarezza su ruoli e responsabilità, come sempre a scapito della libertà e del mercato.

 

 

Postato da: focusliberale a 18:14 | link | commenti
giurisprudenza, agricoltura